La diagnosi del reflusso gastroesofageo, gli esami da fare

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Per poter affrontare e risolvere un disturbo o malattia, è essenziale riconoscere il problema, capire le cause che lo scatenano e quindi, prendere provvedimenti adeguati con un supporto competente.

Cominciamo con le cause e i comportamenti che generalmente scatenano o favoriscono il reflusso gastroesofageo

–          Malfunzionamento della valvola fra esofago e stomaco

–          Un’ernia iatale presente che lo induce

–          Stile e abitudini di vita non consone: sdraiarsi subito dopo aver mangiato o, all’opposto, compiere sforzi fisici eccessivi piegando il busto, oppure portare spesso vestiti troppo stretti in vita o cinture

–          Farmaci che si assumono e che lo inducono o peggiorano (es. teofilinici, benzodiazepine, anticolinergici, calcio antagonisti, …)

–          Alimentazione (anche la dieta) non consona.

Ogni soggetto comunque, è un caso a sé e dovrebbe prestare attenzione a ciò che mangia o cosa ha fatto personalmente prima della comparsa del reflusso (magari prendere nota e analizzare poi la ricorrenza di determinati fattori, sarebbe l’ideale per capire quali sono le cause soggettive). Generalmente al medico è sufficiente l’elenco dei sintomi per capire che si tratta di reflusso; talvolta però è necessario effettuare degli esami specifici, soprattutto nei casi più complicati o controversi, ovviamente prescritti dal medico.

Gli esami da fare in caso di reflusso

– Endoscopia: è il metodo per analizzare l’esofago in poco tempo, senza problemi e apporta solo un po’ di fastidio (non dolore). Tramite il tubicino (endoscopio) che si inserisce in gola, fino all’esofago appunto, si osservano le sue pareti interne per rilevare infiammazioni, ferite e prelevare pezzetti da poi esaminare.

L’esame deve essere effettuato a stomaco vuoto ovviamente (almeno a digiuno per 8 ore prima), richiede anche un’anestesia locale, generalmente alla gola, e dura circa 20 minuti: al termine, ci si può sentire frastornati dai sedativi presi e irritati alla gola, per il passaggio del tubo sottile.

– PH-metria: è il metodo più utilizzato, misura il pH dell’esofago, non è fastidiosa ma richiede un giorno intero di esame. Questo lasso di tempo così ampio serve per misurare i cambiamenti di Ph nel corso di un intero giorno: se una persona soffre di reflusso, la quantità di acido presente nel suo esofago varia nelle diverse ore in dipendenza dalle volte in cui avviene il reflusso (essendo acido ciò che risale dallo stomaco, il pH di conseguenza cambia di valore) e ciò permette di capire sia l’intensità sia la ricorrenza dello stesso reflusso (e di quanto una persona ne soffre dunque).

Per la pH-metria, si inserisce una sonda dalla narice fino all’esofago, che è collegata ad un apparecchio che registra i valori, ed è facilmente trasportabile anzi, il paziente deve condurre una giornata tipica con le solite sue abitudini di vita. Prima dell’esame, bisogna restare digiuni per 4-6 ore.

– Manometria: misura la pressione e l’attività della valvola che sta fra esofago e stomaco, controllando l’azione dei muscoli dell’esofago e l’apertura e chiusura della valvola appunto. Viene inserito un piccolo tubo dal naso, sino allo stomaco, e viene fatta bere dell’acqua ad intervalli regolari per registrare queste contrazioni muscolari, per 40 minuti totali. Può capitare di tossire o vomitare o di avvertire irritazione per l’inserimento del tubo, ma dura poco questa sensazione.

Breath test: è l’esame per rilevare il batterio Helicobacter pylori nello stomaco, attraverso il respiro. Viene fatta ingerire dell’urea marcata con uno speciale tipo di carbonio al paziente che, se presente il batterio nello stomaco, fa rilevare poi nel respiro la presenza di anidride carbonica.

Dura 40 minuti ed è altamente sicuro e affidabile; non si devono prendere antibiotici però, per un mese prima del test, né antisecretori o inibitori della pompa protonica; digiuno nelle 6-8 ore precedenti.