Sigaretta elettronica: è solo un prodotto commerciale?

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Mille punti vendita già presenti in Italia. Duecentocinquanta milioni il giro d’affari nel nostro Paese. Sono questi i numeri del boom della sigaretta elettronica, o e-cig come si preferisce chiamarla. In attesa di sapere la posizione ufficiale del Governo Italiano, giorno dopo giorno aprono nuovi negozi dedicati agli amanti dello “svapo“. Perché svapare è economico e, pare, anche più sano.

Quel che pare certo è che la sigaretta elettronica elimina del tutto la combustione della sigaretta tradizionale e dunque il rischio di contrarre il tumore al polmone. Ma c’è un ma. E’ senz’altro vero che non c’è combustione e dunque inalazione di composti nocivi, ma al tempo stesso ancora non si conosce esattamente la composizione della sigaretta elettronica né sono stati compiuti studi conclusivi riguardanti la possibile nocività del prodotto.

Non si sa esattamente cosa sia il vapore prodotto e cosa finisca nei polmoni: è questa la principale preoccupazione di quanti criticano la sigaretta elettronica, soprattutto per il fatto che potrebbe invogliare a fumare i non fumatori, specialmente se giovani e più vulnerabili alla trasgressione.

Insomma, la sigaretta elettronica potrebbe rappresentare nient’altro che un prodotto commerciale, un mero status symbol, come può esserlo un energy drink o uno snack ricco di grassi saturi. Poco costoso, bello da vedere ma nient’altro. Detto in altri termini, vale la pena spendere dei soldi per un prodotto inutile e di cui si conosce ancora molto poco del suo funzionamento e degli effetti collaterali?

Un’altra considerazione importante è legata agli enormi interessi economici che stanno dietro all’e-cig. Per quanto riguarda il fumo tradizionale, ben il 76% dei guadagni arrivano direttamente nelle casse dello Stato Italiano. Il 14% alla produzione e il 10% alla distribuzione.
Si capisce bene allora come mai lo Stato, il più delle volte, non scelga di intervenire con decisione per limitare il consumo di fumo. Con l’avvento della sigaretta elettronica, inoltre, lo Stato potrebbe decidere ben presto di regolamentarne la vendita, rendendola un dispositivo farmaceutivo in vendita solo nelle farmacie o comunque mettendo fine al mercato improvvisato e piuttosto confuso degli ultimi mesi.

Lo Stato Italiano incassa ben 12 miliardi dalle accise sul fumo ma i danni causati dal fumo ricadono sui cittadini e sono molto maggiori. Quindi a chi conviene mantenere questa industria ben poco remunerativa?
In Australia e negli Stati Uniti hanno trovato due soluzioni leggermente diverse che potrebbero essere importate in Italia: negli Stati Uniti è comune fare causa ai produttori di tabacco e, in taluni casi, vincerla. In Australia invece si cerca di rendere il fumo meno accattivante proponendo sui pacchetti di sigarette immagini di bocche e occhi devastati dal cancro. Probabilmente qualcosa di ben più convincente rispetto ai nostri slogan “Fumare danneggia te e chi ti sta intorno” o “Fumare rovina la pelle e i capelli“.